lunedì 18 ottobre 2010

Un inchino e una pernacchia

Prendo quest'articolo direttamente dal messaggero e lo pubblico così com'é. Leggete e capirete:

Un inchino e una pernacchia. Il saluto che avrebbe apprezzato. Perché stavolta se n’è andato davvero, Remigio Leonardis, il pazzerello con le antenne in testa di piazza Barberini, il monumento che balla, come stava scritto in certe guide turistiche, l’ultimo Pasquino. E’ morto in una clinica di Tivoli, dov’era ricoverato da tempo per via di un ictus. E ci lascia nel dubbio: più matto lui, che strappava sorrisi ballando, strillando, anche solo apparendo? O noi, sempre lì a correre stressati intorno a quella piazza, da trent’anni?

Intorno alla sua figura, sono nate leggende metropolitane. Ex direttore di banca andato fuori di testa dopo una rapina; ex ingegnere che ha “sfarfallato”. Era nato il 31 ottobre del ’43, famiglia ricca, studi da avvocato, colto, eccentrico, benestante. E una paresi nel passato, dalla quale ne sarebbe uscito danzando finquando ha potuto. In piazza Barberini, nei pressi della fontana del Bernini, ha inscenato per trent’anni coreografie per turisti, passanti, tassisti, studenti, automobilisti. Un lavoro, una missione (a pranzo saliva sui bus 94 e 175, andava a mangiare nel suo attico pieno di tricolori e radio in via Bricchetti e poi tornava), fatto di offese, scherzi, show di protesta e cartelli eccentrici.

Incuriosì Alberto Sordi, che parlò con l’allora sindaco Francesco Rutelli di voler fare un film ispirandosi a lui e di rimando il primo cittadino gli propose: «Perché non te lo porti a casa? Lo sai quanti incidenti accadono per colpa sua? La gente si distrae a guardarlo mentre balla e così abbiamo decine di tamponamenti». Non amava i politici il pazzariello e se la prese con Cossiga mentre passava con la scorta, era il ’92, fu denunciato per vilipendio al capo dello Stato. Una sera salì pure su un palco vero, all’Argentina, con Franca Valeri e Lina Werthmuller, per la commemorazione di Zavattini. Andò a ruota libera, andò alla grande.

Da un po’ di tempo non si vedeva più. Il fatto è che era già capitato, tutti credevano che anche stavolta riapparisse (pure la sottoscritta che anni fa, sollecitata dagli habituè di piazza Barberini scrisse che Remigio forse era morto e se lo vide arrivare il giorno dopo in portineria col giornale in mano gridando «sono vivo»), elegante nei modi e nel vestito da direttore d’orchestra, i palloncini colorati e i gridolini, che spaventavano solo la prima volta. Sì, è vero, beveva acqua dalla fontana e la sputava ai passanti (in particolare dentro le auto blu), ma aveva anche una parola e uno sguardo attento per tutti, approvava «l’innata eleganza», lo smalto ben abbinato al rossetto, la sciarpa in tinta con l’abito. «Oh mio delirrio» o «maledetta» gridava alle donne, «ah frocii» agli uomini.

Ma non gli si farebbe onore se tralasciassimo le sue coreografie «mistiche, ecumeniche, nazionalcattoliche», i suoi acuti intonati guardandoti negli occhi, la sua invenzione «la Drestetica», ovvero danza remigio estetica, soprattutto quello che era il suo pensiero: «Matto è chi non persevera nell’arte e nel cattolicesimo interno. Io sono artista ecumenico e dottrinale, non per questo attivo nella sua esteriorità». Aspettava gli alieni, auspicava «una riforma radicale che rimettesse in discussione le ragioni dell’esistenza dell’Occidente stesso». I funerali si svolgeranno a S.Marcella, nel suo quartiere Aventino-Miani. Mi raccomando, inchini e linguacce.

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